Decreto Ronchi: Operazione verità
 

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Decreto Ronchi: Operazione verità

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Decreto RonchiIl Ministro per le Politiche Europee, Andrea Ronchi, lancia una "Operazione verità" sulla liberalizzazione del servizio idrico contenuta nella legge 166/2009. Il ministro pubblica un editoriale dal titolo "L'acqua è un bene pubblico" per spiegare, una volta di più, lo spirito, gli obiettivi e la natura del provvedimento.

Sul sito è anche consultabile un documento che punta a confutare le imprecisioni ascoltate in questi mesi sul decreto Ronchi, un approfondimento impostato attraverso il meccanismo delle domande e risposte sui temi più dibattuti ("E' vero che l'acqua viene privatizzata?" Falso…).

Il ministro, inoltre, dialoga con i cittadini, rispondendo a critiche, suggerimenti e sollecitazioni pubblicate nello spazio del sito dedicato ai commenti all'editoriale.

Il decreto Ronchi: le ragioni dell'intervento

Il decreto Ronchi sancisce la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Un obiettivo fondamentale che è stato perseguito, in un arco di tempo di dieci anni, da governi di colore diverso attraverso tre tentativi di riforma messi in cantiere e poi bloccati o resi inefficaci dalle resistenze politiche o dal potere di veto degli enti locali.

Oggi con le nuove norme contenute nel provvedimento, si apre un mercato importantissimo alla concorrenza. E questo è testimoniato anche dalle resistenze e dalle pressioni provenienti da alcune lobby che hanno accompagnato i lavori preparatori e ancora continuano a far sentire la loro influenza nel dibattito.

È importante sottolineare, tra l’altro, che la legge Ronchi detta una serie di norme sui servizi pubblici locali (acqua, rifiuti, trasporti) che si sono rese necessarie per interrompere il susseguirsi di procedure di infrazione ai danni dell’Italia, procedure scattate a causa di modalità di assegnazione del servizio giudicate anomale o poco trasparenti dalla Commissione europea.

Oggi, se è vero che in base al diritto comunitario l’ente locale può scegliere di affidare la gestione di un servizio pubblico direttamente ad un’entità pubblica (in house), tale possibilità è concepita dallo stesso diritto comunitario come una deroga da interpretare restrittivamente: il ricorso ad essa è soggetto a presupposti e condizioni rigide, elaborati nel tempo dalla giurisprudenza comunitaria. Inoltre, tornando all’Italia, in tema di servizio idrico, più volte le autorità indipendenti competenti in materia di vigilanza e controllo, ed in particolare l’ Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato (AGCM), hanno sottolineato l’inadeguatezza delle gestioni dirette o “in house” e l’esigenza dell’apertura al mercato.

Detto questo, alla base del provvedimento non c’è nulla contro la gestione pubblica di un servizio. Ma alla luce delle esperienze maturate è però inaccettabile sostenere che l'acqua debba essere gestita da un monopolio pubblico. Questo perché troppo spesso i monopoli hanno generato diseconomie di scala e si sono tramutati in carrozzoni, diventando fonte inesauribile di sprechi. La stella polare di questa riforma è il servizio fornito al cittadino. Il discrimine, quindi, non è la scelta tra pubblico e privato ma piuttosto la possibilità di un vero confronto competitivo tra più candidati gestori.

Partendo da questo, l’obiettivo di questa riforma è chiaro: rendere più aperto e competitivo il settore dei servizi pubblici locali che altro non sono che l’interfaccia delle amministrazioni locali, una cartina di tornasole attraverso cui misurare, negli adempimenti quotidiani, la qualità della vita dei cittadini. Il tutto attraverso un approccio flessibile e non dogmatico. In tema di liberalizzazione, gli enti locali devono verificare prima di tutto la realizzabilità di una gestione concorrenziale dei servizi pubblici locali. Perché la direttrice sulla quale muove il provvedimento è univoca: aumentare l’efficienza e diminuire gli sprechi. Sulla necessità di intervenire sono eloquenti i dati sul nostro sistema idrico integrato: oggi il dato medio della dispersione idrica è del 30 per cento (con picchi in alcune aree del Paese intorno al 51 per cento), con un costo per i cittadini di 2,5 miliardi di euro l’anno mentre in Germania le perdite non superano il 7 per cento.

Non solo. Anche se oggi la presenza della gestione pubblica è assolutamente preponderante, dal 1998 al 2008 le tariffe sono cresciute del 47%. Aumenti giustificati con promesse di investimenti che si sono realizzati soltanto per il 49% delle cifre stabilite (questo è uno dei motivi per cui le tariffe italiane restano comunque tra le più basse in Europa).

Il nuovo quadro normativo dunque favorisce l’industrializzazione del sistema, l’irrobustimento delle aziende, la trasparenza attraverso il meccanismo delle gare e il consolidarsi di un vero mercato dei servizi. Inoltre con la riforma vengono poste le premesse proprio per una rapida e progressiva ripresa di quegli investimenti necessari a beneficio di alcuni settori, in particolare quello idrico, per anni sottoposti a veti politico-ideologici incrociati.

 

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